Professor Monti, che fine ha fatto l’Agenda Digitale?

Vi segnalo un articolo a firma Federico Francini – presidente e amministratore delegato di Fujitsu – sul tema dell’Agenda Digitale pubblicato oggi su Milano Finanza dal titolo Professor Monti, che fine ha fatto l’Agenda Digitale?

Le premesse erano e sono tuttora buone. Il programma di digitalizzazione delle imprese e del sistema Paese annunciato lo scorso aprile dal ministro Passera in occasione dell’Italian Digital Agenda Annual Forum di Confindustria Digitale – prospetta passi avanti concreti in tal senso. Sarebbe la dimostrazione che l’attuale governo Monti ha riconosciuto subito alla tecnologia un ruolo di importanza fondamentale per liberare l’Italia dalle note inerzie infrastrutturali.

Purtroppo sembrerebbe che il processo che dovrebbe finalmente traghettare l’Italia verso la tanto auspicata era digitale si stia impantanando proprio in quei procedimenti di approvazione lenti e macchinosi, che stanno facendo tanto male al nostro Paese in termini di immagine e competitività. Si era parlato originariamente di un approdo del decreto Digitalia in Parlamento entro l’estate. Purtroppo credo sarà impossibile rispettare questa scadenza.

La cosa che va evitata a tutti i costi è che l’Agenda Digitale rimanga semplicemente uno slogan a effetto, come troppo spesso è capitato in passato. Credo sia giunto il momento di passare dalle parole ai fatti. Dato l’attuale scenario economico e finanziario, è chiaro a tutti che non c’è più molto tempo da perdere. Sul piano tecnologico, la situazione dell’Italia non lascia spazio a considerazioni positive. Secondo gli ultimi dati Assinform, il Paese arretra invece di avanzare nelle classifiche mondiali relative all’innovazione digitale: stazioniamo al 46° posto per spesa in tecnologia informatica e di telecomunicazioni (Ict) in rapporto al pil e al 58° per percentuale di popolazione connessa. Nel 2011 la spesa in ICT si è fermata a 17,7 miliardi di euro, valore che oltre a essere alquanto modesto in proporzione al pil italiano, è inferiore del 4,1% al 2010. Proprio in relazione a questi dati sorge la necessità di azioni decise e urgenti.

L’Italia si confronta oggi in un contesto europeo e internazionale e ritengo improprio, in questo scenario condiviso, abusare di un concetto relativo come quello di innovazione per definire qualsiasi intervento tecnologico, considerando che nel nostro Paese ha ancora un’elevata incidenza il fenomeno del digital divide. L’Italia in molti casi necessita ancora di infrastrutture di base che rappresentano i prerequisiti, in mancanza dei quali la vera innovazione non può nemmeno essere concepita.

A questo proposito, l’Agenda Digitale è stata molto ben articolata: si tiene conto delle necessarie infrastrutture di base, ma anche della contemporanea introduzione di veri elementi di innovazione. Ci sono parecchi punti delle direttive che considero un ottimo segnale ai fini della semplificazione e riduzione di una macchinosa burocrazia da sempre freno alla crescita e allo sviluppo.


Per esempio, concentrarsi su open data e cloud computing mi porta a pensare a una rinnovata volontà di compiere quell’importante ripensamento dei processi, nonché la rottura di schemi ormai obsoleti, utilizzando la tecnologia come strumento al servizio del cambiamento. Open data e cloud computing potrebbero dare il via finalmente al processo di «smaterializzazione» dei dati delle pubbliche amministrazioni e al loro spostamento verso i servizi pay-per-use utilizzabili a distanza, rendendo più facile la condivisione delle informazioni, più flessibile l’utilizzo delle risorse informatiche e, di conseguenza, semplificando l’operato di amministratori, funzionari e utenti. Oltre ovviamente a tagliare i costi relativi all’approvvigionamento di infrastrutture It.

Il cloud computing, infatti, rappresenta a tutti gli effetti un nuovo modello di erogazione dei servizi informatici in grado di dare una svolta importante in tema di spending review e miglioramento dell’efficienza nella Pa. Da una ricerca condotta dal’Osservatorio Cloud & Ict as a Service dalla School of Management del Politecnico, emerge che la cloud economy potrebbe portare a risparmi dell’ordine di circa 450 milioni di euro entro il 2015, che potrebbero arrivare fino a 1 miliardo qualora si riuscissero a realizzare gli standard tipici dei Paesi a più elevata adozione tecnologica.

Si tratta di risparmi che potrebbero essere fruttuosamente reinvestiti in innovazione. Ma c’è di più. Sempre secondo la School of Management del Politecnico di Milano, velocizzare il processo di digitalizzazione nella sola Pa consentirebbe a risparmiare ben 43 miliardi di euro all’anno. In pratica, quasi due volte l’ammontare dei tagli ascrivibili all’attuale spending review appena varata dal Consiglio dei ministri. Sono cifre che fanno riflettere. A mio parere, si tratta di passaggi fondamentali da tenere in considerazione, soprattutto alla luce dell’attuale grave crisi che l’Italia sta attraversando.

Bisogna quindi credere nel cambiamento e investire nella tecnologia. Non c’è altra strada. Il governo ha dato prova di esserne convinto. Spero davvero che questa convinzione dimostrata possa portare alla creazione di un nuovo paradigma sostenibile di crescita e di stabilità futura. 

By Elena Bellini 02/08/2012

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