Data center in Giappone: come hanno resistito al terremoto

Il responsabile della progettazione e della costruzione dei data center in IDC Frontier, Atsushi Yamanaka ha raccontato e spiegato in parole semplici per quale motivo il disastro giapponese non ha provocato gravi danni alle infrastrutture IT. Lo ha fatto nell’ambito di una conferenza di DataCenter Dynamics il 30 giugno 2011. E’ interessante anche perché si ha molto da imparare dalla cautela giapponese. Infatti, un data center costruito a Tokyo è parecchio diverso da un analogo americano, per quanto riguarda la struttura fisica di supporto e, naturalmente, l’edificio.

Intanto, bisogna dire ancora una volta che il disastro giapponese è stato triplice. Innanzitutto il terremoto, ad intensità che hanno messo a dura prova le misure cautelative del Giappone dove i sismi sono all’ordine del giorno. Poi lo tzunami, che ha paralizzato le centrali nucleari lungo la costa nord-orientale. E, infine, la carenza di energia elettrica che è stata la diretta conseguenza. Eppure, malgrado tutto nessun data center giapponese è stato gravemente danneggiato o mandato off line. Perché?

Gran parte dei data center in Giappone sono costruiti su “giganti ammortizzatori”, isolanti in metallo e gomma su cui gli edifici “galleggiano”, mentre da sotto la terra può anche scuoterli da una parte all’altra.

Alcuni data center hanno poi strutture isolanti tra il pavimento e i server rack. Inoltre, tutti i rack, gli impianti di raffreddamento e qualunque altro macchinario sono fissati saldamente a terra. Non si vedranno mai macchine ingombranti semplicemente posate sul pavimento, come in altri Stati ad esempio è d’uso.

Un’altra circostanza attenuante riguarda la scelta dei luoghi in cui sono collocate le infrastrutture. Il 70 per cento dei data center giapponesi si trova nella regione di Tokyo, che è stata colpita relativamente dal cataclisma. Non ci sono postazioni nel nord-est, dove lo tzunami ha sferzato più duramente. Lì sono attesi i terremoti e gli tzunami più potenti. Tuttavia non bisogna pensare che a Tokyo sia successo nulla: la terra tremava così violentemente che gli edifici ondeggiavano a destra e sinistra fino a 10 centimetri.

Poi sono stati attivati i piani di “disaster recovery”, che hanno funzionato. Dove l’energia era stata tagliata, gruppi di continuità e generatori elettrici a diesel sono entrati in funzione. Le aziende si sono affrettate a richiedere carburante extra.

Il problema maggiore ha riguardato proprio l’approvvigionamento energetico. Il governo ha riattivato le centrali idroelettriche e gli impianti a combustibili fossili, ma ha operato anche grosse restrizioni. Dal 1 luglio 2011, gli impianti che consumavano più di 500kWh hanno dovuto ridurre il consumo fino al 15 per cento rispetto all’anno precedente. Le multe per inosservanza sono piuttosto alte: circa 8.000 euro per ogni ora di potenza oltre il limite.

Altri disguidi potranno verificarsi in questa stagione, quando i sistemi di raffreddamento lavoreranno al massimo, e si renderanno forse necessari i black-out a rotazione.

Ad ogni modo l’esperienza dello scorso marzo rafforzerà il know-how legato ai piani di “disaster recovery”. Sono molte le aziende che stanno ripensando gli investimenti e le regole interne per la sicurezza. Ad esempio, i canali di comunicazione tradizionali hanno risentito del sisma più del previsto. I telefoni sono rimasti inattivi a lungo, e tuttavia nel frattempo i social network li hanno sostituiti provvidenzialmente. Insomma, per i giapponesi la tragedia sarà un’occasione per guardare al futuro con maggiore cognizione, rivedendo le misure cautelative che rappresentano un presupposto fondamentale per la vita civile. In Giappone, infatti, prima di imparare a leggere e  a far di conto, i bambini apprendono come comportarsi in caso di terremoti.

(Fonte: Techworld)

By Redazione July 29, 2011

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